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Donne e welfare: una scelta europea

16 novembre 2007
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  Emma Bonino, Ministro per le Politiche Europee 

Grazie al contributo del Professor Alberto Alesina ho la possibilità di rilanciare il dibattito su una questione tanto importante come quella delle donne, mercato del lavoro e welfare.

Affermando che "politiche adeguate non possono discendere da analisi del problema parziali", l’economista ci ha voluto giustamente ricordare come anche gli obiettivi posti dalla Strategia di Lisbona sull’occupazione femminile siano difficilmente perseguibili se non si analizza il contesto socio-economico e culturale di ogni stato membro dell’Unione.

Credo vada dato atto al Governo, e a questa Nota Aggiuntiva, di voler affrontare il problema dell’occupazione femminile e del ruolo delle donne per lo sviluppo del Paese, cercando di non interessarsi solo del cosa "rincorrere". Ciò che ci interessa è comprendere "perché" in Italia si sia giunti a una situazione tanto critica e soprattutto offrire una mappa degli ostacoli da rimuovere.

Ricordare però che solo il 46,3 per cento delle donne italiane lavora, cifra ben lontana dalla media europea (58 per cento), prima che dagli obiettivi di Lisbona (60 per cento), è un modo per prendere coscienza dei perché di questo ritardo e anche cercare di farsene carico con responsabilità. In Italia vi sono 6 milioni di donne inattive, ovvero donne che hanno rinunciato a cercare lavoro. Ed è indispensabile includerle nella forza lavoro del nostro Paese, poiché la parola "crescita" in Italia si coniuga anche al "plurale femminile".

Il lavoro femminile, come quello dei giovani e degli anziani, è oggi la risorsa più sottoutilizzata e peggio allocata nel sistema produttivo italiano. Alesina, nel suo commento, suggerisce di affrontare la carenza di servizi per le donne con sgravi fiscali che incentivino l’offerta di lavoro femminile e aumentino il potere d’acquisto delle donne italiane.

Tuttavia, siamo sicuri che un abbassamento dell’aliquota Irpef sui redditi delle donne, compensato da un aggravio per gli uomini che assicuri un gettito complessivo inalterato, possa completamente sostituire un welfare ad oggi carente, quando non iniquo, e servizi che oggi funzionano poco e male? Anche accordando uno sgravio generoso, ciò implicherebbe uno sforzo per gli uomini non indifferente a fronte di un esiguo aumento della qualità della vita per le donne. E siamo sicuri che una diversa ripartizione delle aliquote a costo in una famiglia media, dove magari i redditi familiari si denunciano in un’unica dichiarazione congiunta, poco o nulla inciderebbe nell’economia interna della stessa famiglia? Per dare alla mamma togliamo al papà?

Probabilmente il beneficio sarebbe maggiore per le fasce di reddito medio-alte. Magari la signora al nord, con un lavoro stabile e ben retribuito, potrebbe pagarsi un corso d’inglese a buon mercato, ma una del Mezzogiorno avrebbe comunque il problema di trovare i restanti 300 euro per pagare un asilo nido che non c’è o una tata che non sa come remunerare. Oltretutto, la signora meridionale che ha rinunciato a cercare lavoro, se anche fosse spinta davvero a riproporsi sul mercato per l’effetto incentivante di qualche decina di euro in più di retribuzione netta, probabilmente ne uscirebbe ancora più scoraggiata, perché il tanto sospirato lavoro non lo troverebbe comunque. Nel Mezzogiorno e nelle zone d’Italia lontane dagli obiettivi di Lisbona, il "lato corto" del mercato del lavoro femminile è la domanda, non l’offerta. Ad oggi le donne guadagnano il 23 per cento in meno dei colleghi maschi e la popolazione femminile sceglie di non lavorare perché il sistema produttivo italiano non le valorizza e le discrimina.

L’Italia è l’Italia, il welfare non funziona, è inefficiente e inefficace. Ma siamo certi che sia un bene gettare la spugna e che qualsiasi forma di welfare in qualsiasi contesto sia inefficiente e inefficace? In realtà, come dimostra quel fantastico osservatorio di buone pratiche che l’Europa ci offre, ci sono margini importanti di riforma per il nostro stato sociale: riforme di stampo liberale, attente alle capacità di scelta degli individui, innovative. Anche grazie a nuovi ed efficienti istituti di welfare si potrebbero aprire spazi di libertà per le donne, consentendo loro di decidere  quando e quanto lavorare  e come condividere la cura familiare con il proprio compagno o altri.

Ma qualunque donna che abbia una storia di fatica professionale, si accorge subito che lo sgravio fiscale propone, forse in modo inconsapevole, un assioma molto maschile e “italiano” e cioè che il lavoro di cura domestico sia sempre e comunque un “affare privato” delle donne. C’è bisogno di una badante o una baby sitter? Aumentiamo il potere d’acquisto delle donne, così se la pagano. Questa proposta potrebbe suggerire che il lavoro di cura sia appannaggio esclusivo delle donne e che debbano essere  loro, se necessario, a pagarsi una sostituta. Le buone intenzioni a volte non bastano per evitare di ricadere in vecchi schemi culturali.

Si sottolinea spesso come le donne abbiano retto bene al confronto con un mercato del lavoro sempre più flessibile, anzi la crescita dell’occupazione femminile è stata la più vivace in questi anni. Una flessibilità regolata è sicuramente un’opportunità per conciliare meglio i tempi della vita privata e del lavoro delle donne e degli uomini. Va detto però che le donne italiane, tuttavia, si sono “adattate bene” alla flessibilità anche per lo stesso problema di strutturale carenza di domanda di lavoro femminile di cui dicevo prima.

Vi è poi una questione ancora più importante che deve essere sottolineata: il salario. La questione salariale in Italia riguarda molti cittadini ed è una urgenza che tocca soprattutto le retribuzioni delle donne che, di fronte a posizioni lavorative deboli, flessibilità imposte e non scelte, carriere incerte e discontinue, pensioni altrettanto incerte e ancora l’assurda disparità di età di pensionamento, oggi hanno un’unica scelta possibile, come nelle favole: farsi salvare dal principe azzurro. Per questo mi auguro che la prossima discussione tra le parti sociali sui salari, non dimentichi le donne, non nasconda le loro esigenze, non ripeta discriminazioni, anche implicite, ma che tuttavia riguardano anche la contrattazione.

E’ compito dello Stato, in una visione liberale dell’intervento pubblico, rimuovere gli ostacoli che impediscono alla popolazione femminile di ottenere un posto di lavoro basato sul merito, sulle competenze, sulle capacità, senza subire discriminazioni, come peraltro previsto nella nostra Costituzione.

Come Ministro per le Politiche Europee è mio preciso compito avvicinare quanto più possibile l’Italia all’Europa e agli obiettivi di Lisbona e questi oggi passano necessariamente attraverso il lavoro e le energie delle donne italiane, che politiche economiche e sociali coraggiose e riformatrici devono essere in grado di liberare e valorizzare.

Dipartimento Politiche Europee

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