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Infrazione. Età pensionabile, tra uomini e donne non può esserci differenza

16 novembre 2007
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 È giunta alla fase del ricorso in Corte di Giustizia la procedura d’infrazione n.2005/2114, avviata nei confronti dell’Italia per incompatibilità con la normativa europea, che stabilisce età pensionabili uguali per uomini e donne.

La Commissione europea ha chiesto alla Corte di Giustizia di verificare se il nostro Paese non rispetti gli obblighi stabiliti dall’articolo 141 CE mantenendo in vigore una normativa che dà diritto ai dipendenti pubblici di ricevere la pensione a età diverse a seconda che siano uomini o donne.

L'art. 141 CE sancisce il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne e, come precisato dalla giurisprudenza della Corte, tale principio si applica anche alle prestazioni pensionistiche, laddove queste ultime siano corrisposte a motivo di un rapporto di lavoro ormai concluso ed abbiano, dunque, natura retributiva.

L’Italia aveva sostenuto che il regime pensionistico INPDAP, proprio dei dipendenti pubblici, ha - al pari del regime INPS - una valenza generale che ne rende possibile la qualificazione come regime legale piuttosto che professionale. Rispetto ad un regime legale, infatti, è possibile invocare la deroga contenuta nella direttiva 79/7 relativa alla graduale attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e donne in materia di sicurezza sociale. Tale deroga consente agli Stati membri di mantenere dei limiti di età diversi tra uomini e donne per la concessione della pensione erogata a titolo di protezione contro i rischi sociali.

Per saperne di più:
- Cos'è una procedura d'infrazione
- I numeri delle infrazioni (aggiornamento al 5 novembre 2007)


Articolo 141 (Trattato che istituisce la Comunità europea)
1. Ciascuno Stato membro assicura l'applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
2. Per retribuzione si intende, a norma del presente articolo, il salario o trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell'impiego di quest'ultimo. La parità di retribuzione, senza discriminazione fondata sul sesso, implica:
a) che la retribuzione corrisposta per uno stesso lavoro pagato a cottimo sia fissata in base a una stessa unità di misura;
b) che la retribuzione corrisposta per un lavoro pagato a tempo sia uguale per uno stesso posto di lavoro.
3. Il Consiglio, deliberando secondo la procedura di cui all'articolo 251 e previa consultazione del Comitato economico e sociale, adotta misure che assicurino l'applicazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, ivi compreso il principio della parità delle retribuzioni per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
4. Allo scopo di assicurare l'effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa, il principio della parità di trattamento non osta a che uno Stato membro mantenga o adotti misure che prevedano vantaggi specifici diretti a facilitare l'esercizio di un'attività professionale da parte del sesso sottorappresentato ovvero a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali.

Dipartimento Politiche Europee

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