Più potere d'acquisto alle donne diminuendo le loro tasse
Alberto Alesina, Harvard University
Il problema dell’occupazione femminile in Italia e di una migliore utilizzazione del capitale umano femminile è importante e va affrontato con decisione.
Questo documento risponde quindi ad esigenze reali, ma soffre di due problemi tipici del dibattito di politica economica sulla questione femminile in Italia ed in Europa. Il primo è un punto di analisi, il secondo una questione di "policy design".
Il punto di analisi è questo. Mai (o quasi) si fa riferimento in questo documento, così come negli obiettivi di Lisbona, al fatto che in diversi Paesi europei la cultura della famiglia è diversa, come dimostrato fra l’altro in un recente lavoro di ricerca di Paola Giuliano e di chi scrive (1). Gli obiettivi di Lisbona presuppongono un’uniformità tra i Paesi europei che in larga arte non esiste perché questi ultimi sono molto diversi fra loro.
Nel caso dell’Italia queste differenze sono molto forti anche all’interno del Paese stesso tra nord e sud come il documento stesso ben testimonia. Se si trascura questo elemento di diversità culturale si parte con il piede sbagliato perché si assume che gran parte, se non tutta, la differenza tra sud d’Italia (per esempio) e la media europea sia dovuta alla mancanza di servizi pubblici nel sud e che quindi politiche adeguate (ovvero per esempio, più asili gratis) renderebbero la partecipazione femminile in Italia pari a quella svedese. Invece no. Diverse organizzazioni della famiglia sono importanti nel determinare la partecipazione al lavoro femminile. Se queste differenze culturali si trascurano si finisce per sopravvalutare l’uniformità dell’Europa.
Politiche adeguate non possono discendere da analisi del problema parziali. Lisbona predica troppa uniformità, un aspetto negativo tipico della politica sociale europea. Infatti, a mio parere, proprio per questa non uniformità Bruxelles dovrebbe lasciare le politiche sociali unicamente ai Paesi membri. Quale modello statistico abbia poi generato il magico numero del 60% per la partecipazione femminile nel 2010 rimane un mistero per chi scrive almeno!
Il secondo punto riguarda il "policy design". Il documento riflette anche qui l’approccio europeo tipico al problema, ovvero una moltitudine di provvedimenti a favore dell’occupazione femminile, sussidi, interventi governativi ecc. Prima di tutto molti di questi provvedimenti costano in termini fiscali e non abbastanza si dice nel documento su come finanziarli. Aumenti di imposte (comprese imposte sul lavoro femminile stesso) necessari al loro finanziamento scoraggerebbero la partecipazione al lavoro (compreso quello femminile), e quindi quello che il governo farebbe con una mano, comprometterebbe con l’altra.
Una proposta molto più semplice, a mio avviso più efficace e che si autofinanzia è questa: ridurre le aliquote fiscali sul reddito da lavoro per le donne e, volendo rimanere a gettito invariato, aumentare un po’ quella sugli uomini. Se poi il governo, come auspicato da molti, riuscisse a ridurre la spesa pubblica, si potrebbero ridurre le aliquote femminili senza aumentare quelle maschili.
Questa politica che è descritta ed analizzata con molto più dettaglio in un lavoro accademico (2) ha molti vantaggi. Prima di tutto risponde a criteri di efficienza fiscale che prescrivono di tassare di meno i beni (come l’offerta di lavoro femminile) più “elastici” alla tassazione stessa.
Una valanga di evidenza empirica dimostra che l’offerta di lavoro femminile è più elastica al salario al netto delle imposte di quella maschile. Secondo questa politica crea più potere d’acquisto per la donna che lavora (o che pensa di voler entrare nella forza lavoro).
Questo potere d’acquisto permetterà alla donna di fare le scelte più adatte a lei stessa per continuare a lavorare, siano esse la cura dei figli, aiuto nei lavori domestici esterno, investimento in istruzione, cura degli anziani, o al limite, pagarsi un viaggio per recuperare lo stress da lavoro!
Lasciamo spendere alle donne come meglio credono il loro maggiore potere d’acquisto invece che finanziare con le loro tasse questo o quel servizio pubblico. E’ molto più efficiente (e semplice) aumentare il potere d’acquisto alle famiglie e lasciare loro la scelta di come spenderlo che offrire servizi di questo o quel genere a prezzi sussidiati, soprattutto in un paese come l’Italia, in cui la amministrazione pubblica è pessima in termini di qualità del servizio offerto, in particolare al sud appunto.
Con meno tasse ogni donna potrà scegliere come meglio usare il maggiore reddito utilizzando il mercato.
1. Alberto Alesina e Paola Giuliano (2007), “The Power of the Family” NBER Working Paper and CES Iza Working Paper.
2. Alberto Alesina, Andrea Ichinio and Loukas Karabarbounis (2007), “Gender Based Taxation and the Divsion of familcy Chores” NBER Working paper.
