"Il lavoro che verrà". Intervento di Ronchi
Il ministro Ronchi partecipa al convegno "Il lavoro che verrà. Il mercato del lavoro nel 2010 - Scenari, previsioni, proposte", organizzato da HRC Academy
Buongiorno e grazie a tutti voi.
Sono molto felice di essere qui oggi e confrontarmi con voi su un tema così importante e sentito come quello dell’occupazione in Europa.
Siamo tutti perfettamente consapevoli che quella del lavoro è una questione centrale per il nostro futuro, un argomento dirimente, un discrimine tra tenuta e declino del Vecchio Continente.
Le preoccupazioni in questa fase sono evidenti e palpabili.
Un recente sondaggio di Eurobarometro, il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell'opinione pubblica, rivela che proprio la questione occupazionale suscita i più forti timori dei cittadini europei: ben l'85% degli europei giudicano negativamente la situazione del lavoro, con punte fino al 98% in Lettonia e al 97% in Irlanda (dati di febbraio 2010 - Standard Eurobarometer 72).
Di fronte a un tale scenario, a una preoccupazione così ampia e diffusa che investe l’opinione pubblica europea, è necessario dare risposte concrete, prefiggerci obiettivi ambiziosi ma non irrangiungibili, lanciare una sfida da vincere e provare a pensare in termini europei, ragionando come una comunità da circa mezzo miliardo di persone.
LA STRATEGIA EU2020
Crescita economica e occupazione: sono i due obiettivi che l’Europa si è posta fin dal 2000 definendo la cosiddetta Strategia di Lisbona; fare dell'Europa “l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo” entro il 2010. Il 2010 è arrivato e il bilancio che se ne trae evidenzia come l’Europa debba ancora fare i conti con le sue debolezze strutturali: un tasso di occupazione basso, una partecipazione insufficiente al mercato del lavoro da parte di donne e anziani, un settore dei servizi ancora inadeguato e una scarsa qualificazione delle competenze nell’ambito del mercato del lavoro.
Per uscire dalla crisi economica e per tornare ad una crescita dell'economia europea che viaggi "sul 2% e più", occorre definire nuovi e credibili obiettivi. Una crescita che - come ha sottolineato la Commissione europea nella recente Comunicazione sul futuro della Strategia di Lisbona - dovrà essere “intelligente, sostenibile, e inclusiva dal punto di vista sociale”. Per evitare “un progressivo declino” bisogna, dunque, voltare pagina, attuare una svolta, mettendo in campo una nuova politica economica, industriale e sociale.
La nuova strategia pone come obiettivo temporale il 2020: abbiamo dieci anni di fronte a noi per rilanciare e far crescere l'Europa. Sono stati individuati cinque obiettivi che ogni Paese dell'Unione definirà in base alla propria realtà economica e sociali. Un approccio più ragionevole e in qualche modo più “federalista”:
1) portare al 75% il tasso di occupazione della popolazione tra i 20 e i 64 anni;
2) aumentare al 3% del PIL della Ue le risorse investite in ricerca e innovazione;
3) raggiungere i traguardi del 20/20/20 del pacchetto clima/energia (in termini di riduzione delle emissioni di C02 e di aumento dell’investimento nelle energie rinnovabili);
4) abbassare a meno del 10% la quota dei giovani che abbandonano la scuola e portare ad almeno al 40% il numero dei diplomati o laureati;
5) puntare a 20 milioni in meno di persone a rischio povertà.
UNA UNIONE DELL’INNOVAZIONE
Sono obiettivi ambiziosi e per centrarli la Commissione europea propone lo sviluppo di sette iniziative. Tra queste la creazione di una “unione dell'innovazione” per colmare il gap tra la scienza e il mercato e trasformare le invenzioni in prodotti. O una nuova politica industriale che favorisca una crescita verde, aiutando le imprese, a partire da quelle piccole e medie, a innovare dopo la crisi, puntando su un modo di produrre 'pulito' che porti a prodotti 'puliti': un ambito - sottolinea la Commissione UE - che potrebbe portare alla creazione di milioni di nuovi posti di lavoro.
La Commissione europea indica alcuni punti chiave rispetto al tema dell'occupazione.
Potenziare la conoscenza che rappresenta un fattore di ricchezza: questo vuol dire rafforzare il settore dell'istruzione in Europa per aumentare la produttività, sostenere le categorie vulnerabili e lottare contro la disuguaglianza e la povertà. Ma è necessario anche un più forte ruolo del modello dell’apprendimento continuo che consente a tutti i cittadini, lungo tutto l’arco della vita, di partecipare alla vita della società mantenendo sempre aggiornate le proprie conoscenze e competenze.
Altro punto chiave è la modernizzazione dei mercati del lavoro: non solo per aumentare i livelli di occupazione ma anche per garantire la sostenibilità dei nostri modelli sociali. Occorre dotare i lavoratori delle competenze necessarie per contribuire a un’economia basata sulla conoscenza e per trarne i relativi vantaggi, conciliando meglio domanda e offerta di lavoro, promuovendo la mobilità dei lavoratori e prevedendo con maggior precisione la futura domanda di competenze. A tale scopo, viene prevista l’incentivazione di programmi speciali e iniziative di apprendimento, che utilizzino una base comune di dati a livello europeo e favoriscano la mobilità e l’occupabilità dei lavoratori livello UE.
LA RICERCA DELLA “FLESSI-SICUREZZA”
Viene anche ritenuto necessario avviare una nuova fase del programma di “flessicurezza” (l'equilibrio fra flessibilità e sicurezza) come fattore strumentale rispetto all’obiettivo della piena occupazione, anzi, meglio, alla possibilità di occupazione (c.d. occupabilità) a cui si attribuisce il ruolo, senza soluzioni di continuità con il passato, di elemento essenziale per garantirla.
Serve un impegno rafforzato per lottare contro la povertà e l’esclusione sociale e ridurre le disuguaglianze in termini di salute per far sì che la crescita risulti vantaggiosa per tutti. Questo elemento diventa essenziale per favorire un invecchiamento attivo e in buona salute e garantire una coesione sociale e una produttività più elevata.
Infine, la creazione di un'economia competitiva, interconnessa e più verde: nuove tecnologie più verdi possono stimolare la crescita, creare nuovi posti di lavoro e nuovi servizi e contemporaneamente contribuire al conseguimento degli obiettivi dell'UE in fatto di cambiamenti climatici.
LA TUTELA DEL MANIFATTURIERO
Serve l’impegno di tutti perchè questa lista di obiettivi e di propositi possa trovare reale attuazione. Ricordando sempre come crescita e ripresa non possono prescindere da un legame forte con chi davvero fa impresa. In Italia e in Europa, questo vuol dire manifatturiero e piccole e medie imprese. Non dimentichiamo che il 65% degli occupati, in Italia, lavora nelle microimprese mentre in Europa la percentuale è del 50%. Sono queste le fondamenta dello sviluppo economico del nostro continente. Non dobbiamo dimenticarlo e anzi dobbiamo mettere in campo tutti gli strumenti per rendere le nostre imprese più competitive sulla scena mondiale. Ricerca, innovazione, liberalizzazioni, istruzione, mercati del lavoro più efficienti, sono tutti passaggi funzionali a una maggiore competitività del sistema economico.
LE PMI ITALIANE ED EUROPEE: LA VERA CHIAVE PER LA RIPRESA
Voglio dirlo con chiarezza: io sono convinto che le chiavi della ripresa si chiamano industria e impresa e le Pmi oggi sono le uniche in grado di creare nuovi posti di lavoro. Dobbiamo darci obiettivi ambiziosi, abbiamo 10 anni per far crescere l’Ue, dobbiamo scegliere se vogliamo rimanere in una situazione stagnante o vogliamo vincere una sfida nel nome del futuro di mezzo miliardo di persone.
Sappiamo bene che quelli della Strategia di Lisbona non sono traguardi facili ma dobbiamo avere il coraggio di darci anche obiettivi di sistema e lavorare per rendere la nostre Pmi competitive sul mercato internazionale, facilitando ad esempio l’accesso al credito.
Bisogna guardare la realtà senza timori per poterla affrontare al meglio. Ebbene è evidente a tutti noi che l’attuale tasso di crescita della Ue è insufficiente per garantire il modello sociale europeo. Questo vuol dire che è urgente rafforzare la governance europea ed è necessario coordinare sempre meglio le politiche economiche dei Paesi della Ue per riportare l’Europa su una strada di crescita dell’economia e dell’occupazione. Ma soprattutto bisogna favorire l’ accesso al credito delle Pmi con norme che permettano anche di superare i troppi intralci burocratici. In questa prospettiva le banche sono determinanti perché devono aiutare l’accesso ai finanziamenti, tornare a fare credito a famiglie e imprese ed essere quindi protagoniste del rilancio economico. Un protagonismo che è anche nel loro interesse perché se si blocca il volano dell’economia anche loro, inevitabilmente, finiranno per essere penalizzate. Con la Banca europea degli investimenti è già stato deciso un piano di 30 miliardi di euro nel lungo periodo per finanziare le Pmi e ora, dopo un momento di blocco, 6-7 miliardi sono arrivati alle imprese. Una riunione in sede Ue per dare altre risposte concrete alle Pmi è già prevista il 6 maggio prossimo.
IL MICROCREDITO EUROPEO
Qualcosa di concreto le nuove istituzioni sembrano intenzionate a fare. L’altroieri, lunedì, il Consiglio dei ministri europei dell'Occupazione e degli Affari sociali – al quale ha partecipato anche il ministro Sacconi - ha deliberato lo stanziamento di cento milioni di euro per aiutare chi ha perso il lavoro e voglia fondare una sua impresa. E' la somma iniziale a disposizione di un nuovo strumento che si chiama “European Microfinance Facility”. Questi 100 milioni dovrebbero pio trasformarsi in circa 500 attraverso la cooperazione con le istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Europea per gli investimenti. L'iniziativa fa parte della risposta Ue alla crisi ed è rivolta in particolare alle persone che non possono ottenere prestiti normalmente a causa della crisi economica e alla stretta creditizia. I microcrediti hanno un tetto massimo di 25.000 euro e sono destinati a imprese con meno di 10 persone, secondo Bruxelles il 91% delle imprese europee. Inoltre il 99% delle “start-up” europee sono fondate da disoccupati e hanno meno di 10 dipendenti. L’idea di questo strumento è quello di aiutare i gruppi più vulnerabili a uscire dalla crisi e dare slancio allo spirito imprenditoriale e all'economia sociale in Europa. Secondo il Commissario all’Occupazione, Andor, fornirà microcrediti a 45.000 imprenditori nel corso dei prossimi otto anni e sarà destinato anche ai disoccupati che intendano creare o sviluppare una piccola impresa. I piccoli imprenditori interessati all'iniziativa potranno ricevere anche consulenza personalizzata.
Voi sapete bene che io ho spesso criticato l’Ue per la sua distanza dai cittadini e l’incapacità di lavorare sul terreno dei problemi reali. Ma una volta tanto che si mette in cantiere un’iniziativa concreta e interessante come questa credo sia giusto sottolinearlo. E lavorare affinché l’Europa ritrovi se stessa su questo terreno – quello della cooperazione, dell’innovazione e dello sviluppo – piuttosto che impantanarsi nelle pastoie della burocrazia.
Grazie a tutti voi.






