"Trattato di Lisbona, si apre una stagione nuova"
Intervento del Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, al convegno "Celebrazione dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona - La cooperazione giudiziaria in materia civile e penale", promosso dall'associazione Cantiere Europa.
Grazie a tutti voi, grazie al Cantiere Europa e grazie agli illustri professori oggi presenti per l’invito che mi avete rivolto a intervenire a questo convegno che si sofferma giustamente su alcuni degli aspetti cardine del Trattato di Lisbona e sulle ricadute pratiche che quest’ultimo avrà sulla vita di tutti i cittadini europei.
Molte cose sono state dette in queste settimane sul battesimo e l’avvio del nuovo Trattato. Io ci tengo a sottolineare subito un aspetto e a fare un primo esercizio di realismo. Io credo fermamente e sinceramente che il Trattato di Lisbona sia un passo nella giusta direzione, uno strumento concreto per la costruzione di istituzioni europee forti, capaci di andare oltre i veti e l’immobilismo euroburocratico. Esiste, insomma, davvero la possibilità di aprire una stagione nuova e dettare un cambio di passo importante dell’Europa verso una maggiore democrazia interna, verso una maggiore partecipazione e una maggiore efficienza.
Questi auspici, però, potranno trovare forza e realizzazione soltanto se gli Stati membri decideranno davvero di credere e investire nell’Europa, mettendo da parte una quota parte dei propri egoismi nazionali.
Desidero chiarire ulteriormente il messaggio. E’ importante che al Trattato di Lisbona sia concessa la giusta enfasi, che sia comunicato, diffuso e spiegato in tutte le sedi interessate. Il Trattato in sé, però, non può assumere un ruolo salvifico. Gli strumenti, infatti, sono importanti ma ciò che è più importante è il fine ultimo che viene perseguito. E io sono convinto che l’Europa possa riaffermare il proprio ruolo storico e riaccendere l’entusiasmo soltanto rafforzando la propria unità e identità e diffondendo alcune “idee-benzina”. L’alternativa a questo coraggioso rilancio è un grave rischio di declino, di irrilevanza dell'Europa nel mondo di oggi.
Abbiamo molto letto e molto ascoltato in queste prime settimane di vita del Trattato riguardo alla nuova identità del Presidente del Consiglio europeo e del nuovo ruolo del Ministro degli esteri europeo: strumenti che consentiranno all'Europa di conquistare maggior peso nel sistema mondiale e parlare per la prima volta con una voce sola. Ci sono, però, tante altre novità. La procedura di codecisione tra Parlamento e Consiglio europeo, ad esempio, che riguarderà ben 87 settori. Oppure l’introduzione delle proposte di iniziativa popolare.
Anche sul tema al centro del seminario odierno, le novità sono particolarmente rilevanti. Dalle prime timide forme di cooperazione intergovernativa previste dal Trattato di Maastricht, siamo oggi arrivati – attraverso le tappe intermedie dei trattati di Amsterdam e Nizza - al varo di un vero e proprio metodo comunitario nel settore penale e di polizia.
In termini pratici, questa evoluzione va nel senso indicato dai cittadini europei che chiedono “più Europa”. Con il Trattato di Lisbona abbiamo nuovi strumenti per contrastare la criminalità organizzata, per combattere il terrorismo, per lottare contro l’immigrazione clandestina. Progressi tesi a far sì che i cittadini possano godere di maggiore sicurezza visto che l'Europa potrà decidere con più facilità e con maggiore velocità in questo specifico ambito.
Il Trattato di Lisbona mette a disposizione delle istituzioni europee nuovi strumenti per affrontare problemi che sono fortemente avvertiti dai cittadini europei. L’introduzione, in gran parte dei casi, della regola della maggioranza qualificata rappresenta un elemento fortemente innovativo nei processi decisionali che riguardano il settore "libertà, sicurezza e giustizia".
Il Trattato inoltre conferma un rinnovato impegno sul fronte di una politica comune dell’immigrazione. Come abbiamo più volte denunciato in questi mesi, l'Europa di fronte a questo fenomeno è rimasta immobile lasciando i paesi di frontiera, Italia per prima, da soli ad affrontare il fenomeno dell'immigrazione illegale.
I dati sono sotto gli occhi di tutti. Il Frontex, ad esempio, ha registrato nel 2008 l’ingresso illegale di 175mila persone, di cui ben il 41 per cento, in Italia. E questi sono dati ovviamente per difetto. Per non parlare poi degli investimenti stanziati per i richiedenti asilo che testimoniano in maniera chiara quanto il nostro Paese sia stato abbandonato al suo destino. Ricordo che il governo italiano ha destinato per i richiedenti asilo 29,4 milioni di euro per un anno, mentre la Commissione 21 milioni per sei anni. Una sperequazione francamente intollerabile.
Anche in questo settore, serve dunque un approccio coerente. Occorre tener conto dell’evoluzione economica e demografica del nostro continente, favorire l’integrazione sociale, sviluppare un sistema europeo in materia di asilo con l’introduzione di una specifica agenzia. Serve, insomma, una politica comune e strumenti concreti per affrontare le sfide che la globalizzazione ci presenta.
L'Europa, però, deve agire con decisione, evitando di chiudere gli occhi su quella che è una delle grandi emergenze dei nostri tempi. Ma soprattutto deve ritrovare la fiducia nei propri mezzi e la propria identità più profonda, tornando a mettere al centro della propria azione la persona umana nella consapevolezza del comune patrimonio di valori e delle comuni radici. Soltanto così, anche attraverso il Trattato di Lisbona, ma soprattutto attraverso la propria energia interna, potrà tornare ad essere una terra creatrice di opportunità, prosperità e talento e assicurarsi un futuro.
Grazie a tutti voi.






