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Ronchi: made in Italy basta con la demagogia. No alle regole anti-UE

7 agosto 2010Parole chiave:
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Intervista al Corriere della Sera

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«I decreti attuativi della legge sul Made in Italy non si devono fare». Il Ministro delle Politiche Europee, Andrea Ronchi, finiano di lunga data, è perentorio in proposito. E si schiera con il collega del Commercio con l'estero, Adolfo Urso, altro flniano, e contro le posizioni leghiste, espresse dal capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni.

«Un caro amico - premette Ronchi -, ma sta sbagliando su tutta la linea. E lo sa benissimo». La materia del contendere: una legge, la Reguzzoni-Versace, che tutela il «Made in Italy», consentendo a chi produce di usare questa etichetta se almeno due delle fasi di lavorazione del prodotto sono realizzate nel nostro Paese. L'applicazione della legge, approvata con vasto consenso, è stata rinviata a ottobre, in attesa dei regolamenti attuativi. Ma non solo: si aspettava il lasciapassare dell'UE che, come molti prevedevano, non è arrivato perché la norma è restrittiva della concorrenza.

Vanno fatti ugualmente quei decreti attuativi, incorrendo in una procedura d'infrazione? Per Reguzzoni, sì, per Urso, no. Ed ecco l'ennesima polemica nella maggioranza. «Non capisco la Lega - attacca Ronchi -: noi abbiamo già una norma che difende i nostri prodotti e quella che porta il mio nome, contro la contraffazione». Quindi Ronchi sta con Urso? «Sto con le regole. Nella lettera che ci ha inviato l'UE c'è un richiamo al trattato di Lisbona e l'obiettivo è unificare i mercati nazionali in un solo mercato domestico». Ma i leghisti issano la bandiera dell'italianità, come sulle quote latte. «La Lega deve comprendere che su certi argomenti non è possibile reagire in modo antistorico e demagogico». Sì, ma questa legge la difendono anche i piccoli e medi imprenditori, tanti sono elettori della Lega.

Dicono che l'UE è guidata dagli interessi di altri Paesi? «Il governo ha già dimostrato con il suo lavoro di tenere ai piccoli e medi imprenditori. Questa legge non la si può difendere perché sarebbe controproducente, quand'anche si pensasse che in Europa qualcuno gioca contro di noi». E perché? Sul punto Ronchi concorda con quanto il commissario UE all'Industria, Antonio Tajani, ha detto al Corriere. «Se insistiamo - è il ragionamento -, rischiamo di perdere la vera battaglia, quella della legge europea sul 'made in', l'unica in grado di dare certezze a tutte le imprese che vogliono lavorare in trasparenza». Ma è possibile che i leghisti portino avanti questa battaglia conoscendone le conseguenze? «Guardi - precisa Ronchi - io sono molto amico di Calderoli come di Reguzzoni e apprezzo il lavoro di Maroni, ma il fatto di avere atteggiamenti così particolari non li porta lontano. Questi decreti non si devono fare perché creerebbero distorsioni e illusioni».

Meglio dunque sedersi tutti intorno a un tavolo, quello proposto da Tajani, su questo il ministro è d'accordo: «Bisogna studiare una strategia: già a settembre il Parlamento presenterà emendamenti alla proposta sul made in della Commissione. E lì che dobbiamo esserci. Sto lavorando con il collega francese e con quello tedesco, che mi sembrano sensibili a questi temi dell'industria manifatturiera».

Resta il problema politico e il clima che è già da campagna elettorale: «A parte che non vedo dove siano le elezioni - precisa - noi abbiamo il dovere morale di andare fino alla scadenza del mandato. Io sono nel governo per mantenere il patto con gli elettori e non c'è alcuna polemica strumentale che possa allontanarmi da questo obiettivo».
Antonella Baccaro

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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