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Un intervento nel settore era necessario

1 giugno 2010Parole chiave:
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Vero 

 

 

Il sistema disegnato dal decreto Ronchi nasce dall’esigenza di adeguare il settore dei servizi pubblici locali, governato da leggi ormai anacronistiche, alle attuali esigenze dei cittadini, della società e dell’economia del Paese.

Una necessità ancora più evidente relativamente alla gestione del servizio idrico integrato e al dissesto in cui versano le reti. Sulla scia dei precedenti interventi succedutesi sin dal 1994 con il varo della legge Galli, il decreto Ronchi, attraverso l’apertura al mercato e del mercato, favorisce gli investimenti per migliorare lo stato degli impianti rendendo la gestione più efficiente, moderna e trasparente. Si passa da un regime pubblico frammentato, inefficiente e, in gran parte, sovvenzionato ad un sistema industriale che consenta economie di scala con investimenti adeguati ed autofinanziati.

Gli acquedotti italiani perdono 2,61 miliardi i metri cubi d’acqua all’anno, vale a dire il 30% del totale con punte che raggiungono il 40% - 50% in alcune zone del Paese. Tutto questo, oggi, costa ai cittadini italiani oltre 2,5 miliardi di euro l’anno.

L’adeguamento delle infrastrutture necessita di ingenti investimenti. Il fabbisogno nazionale di investimenti è pari a 60,52 miliardi di euro (pari a circa 120.000 mld di vecchie lire!) di cui il 49,7% per gli acquedotti e il 48,3% per fognature e depuratori.

A fronte di questi dati ne discende che gli investimenti privati sono indispensabili per la ristrutturazione della stessa rete idrica. Ciò renderebbe il servizio più efficiente con un contestuale sgravio degli oneri ora sopportati dagli enti locali e, quindi, dalla collettività generale chiamata in questo modo a risanare con la fiscalità ordinaria i bilanci dei comuni, con la sottrazione di importanti risorse per altri investimenti in settori cruciali come ad esempio la sanità e l’istruzione.

Inoltre i vincoli dettati dal Patto di stabilità interno renderanno sempre più limitata la possibilità per gli enti territoriali di procedere ad investimenti con gravi conseguenze a carico della collettività. Con il nuovo sistema potrebbero liberarsi per gli enti territoriali risorse per altri investimenti di pubblica utilità.

Senza dimenticare che l’Unione Europea, nella sua giurisprudenza, si è orientata contro gli aiuti di Stato, gli affidamenti in house indiscriminati e – per le Spa quotate – e anche contro le golden share. Tutte circostanze queste che ostacolerebbero il corretto funzionamento del mercato interno.

Il dettato comunitario chiede il rispetto dei principi di “economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento” per l’affidamento ai privati o alle aziende misto pubbliche - private dei servizi pubblici. Per una volta, quindi, si è agito d’anticipo evitando di incappare nei richiami ed eventualmente nelle procedure d’infrazione comunitarie.

La partecipazione dei privati alla gestione dell’acqua, oltre a reperire le risorse finanziarie necessarie alla ristrutturazione delle infrastrutture idriche, porterà con sé capacità e competenze specifiche che sono fattori essenziali per una corretta, efficiente e ambientalmente sostenibile gestione del servizio. Concetto quest’ultimo ribadito, del resto, anche dall’Unione Europea con la direttiva 2000/60/CE, che istituisce un quadro comune in materia di acque e recepita nel nostro ordinamento con D. Lgs. 152/2006.

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