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"Alla UE documenti anche in italiano così tuteliamo i nostri imprenditori"

28 aprile 2010Parole chiave:
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Intervista di Repubblica al ministro Ronchi

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In difesa dell’Italiano, anche se a favore dello studio delle lingue. Come ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi segue da anni la vicenda dell’uso dei vari idiomi nelle sedi comunitarie, analizzata ieri da Repubblica.
E denuncia: «C'è un "cartello delle tre lingue", inglese, francese, tedesco, che lavora per gli interessi economici dei rispettivi Paesi». Il che non significa poi che non sia ovvio e obbligatorio, oggi, studiare più lingue oltre la propria. I due temi, secondo Ronchi, sono distinti, ugualmente importanti e non in contraddizione.

Ministro, il governo ha già fatto varie battaglie in difesa della lingua italiana in sede europea. La critica è che si tratti di battaglie anche nobili, ma inutili.
«Non sono affatto d’accordo. Dei risultati sono stati già ottenuti. Dopo i nostri ricorsi, la sentenza del 2008 della Corte di Lussemburgo ha stabilito che i bandi di concorso devono essere scritti anche in italiano. E poi, l’Unione ha garantito che dal 2011 le preselezioni per ogni posto di lavoro dovranno essere fatte in tutte le 23 lingue parlate nei Paesi europei. Noi quindi continuiamo nella stessa direzione. Riteniamo che l’italiano, fra l’altro uno dei cinque idiomi più studiati in Europa, nell’Unione sia una lingua discriminata. Siamo contrari al "trilinguismo" instaurato di fatto: avvantaggia troppo i madrelingua. Inglesi, francesi e tedeschi parleranno sempre meglio degli altri le proprie lingue, è ovvio».

Un'altra critica riguarda gli effetti economici negativi del voler usare solo l'italiano: ci fa perdere contributi economici, opportunità di trattativa all’interno dell’Unione?
«Noi le opportunità in Europa le perdiamo semmai per via dei trent’anni di scarsa affidabilità burocratico-amministrativa della Prima Repubblica, che ancora ci penalizzano. Oggi, io la vedo da un altro lato. Quello del "cartello" anche economico che con il loro monopolio linguistico hanno creato Gran Bretagna, Francia e Germania. Le imprese italiane, soprattutto medie e piccole, hanno protestato per anni. Cosa può fare un piccolo imprenditore di Varese, davanti a un testo anche dettagliato, e tecnico, in una lingua che non è la propria? E appunto da poco che i bandi di concorso europei sono in quattro lingue, mentre prima c`erano parecchie difficoltà. Egli spagnoli, ancora esclusi, pur non avendo mai protestato, ora condividono questa posizione».

Studiare le lingue, allora, serve o no?
«È obbligatorio. Il mondo globale, internet, tutto ci porta a cercare di sapere le lingue. Ma proprio in un mondo globale, bisogna partire da un’identità, una cultura, un’appartenenza, per conoscere e confrontarsi con le altre: è questa la cosa che cerco di difendere».

Dipartimento Politiche Europee

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