"UE, affermare un nuovo modello di governance"
Intervista del Velino al ministro Ronchi
A circa due anni dall'insediamento, il mandato del Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, arriva a compiere un ideale giro di boa, costituito da una "missione" europea articolata in tre visite ad altrettante capitali continentali, in cui il nostro rappresentante del Governo traccerà coi propri omologhi il punto della situazione sui filoni più importanti della politica comunitaria. Le questioni aperte sono molte, a partire dall'applicazione del nuovo Trattato di Lisbona, passando per l'atteggiamento comune da tenersi nei confronti del sempre più autoritario regime iraniano.
Nello scambio di vedute in cui sarà impegnato, Ronchi potrà portare in dote importanti risultati sul fronte dell'adeguamento del nostro paese alla normativa europea, ma anche le istanze di tutela dei prodotti italiani, minacciati dalla contraffazione del mercato globalizzato.
Il Velino ha intervistato il Ministro, per saperne di più.
Ministro, all'inizio della prossima settimana sarà impegnato in un minitour europeo che la vedrà a Bruxelles, Parigi e Berlino. Molti gli argomenti sul tavolo, può anticiparci le priorità?
"La missione si svilupperà nell'arco di tre tappe. La prima sarà a Bruxelles dove avrò una prima presa di contatto con il nuovo Commissario per il mercato interno e i servizi, Michel Barnier. Saranno molti i temi su cui confrontarci ma di certo chiederò al commissario di tenere alta la guardia sul tema della contraffazione, un problema che per noi ha una ricaduta strategica alla luce dei danni che questo fenomeno genera sul made in Italy".
Un tema, quello della contraffazione, su cui lei si sta battendo da mesi.
"Oggi il mercato del falso genera un giro d'affari che in Italia si attesta attorno ai 7 miliardi di euro. Il governo ha compiuto un passo importante con le nuove contenute nel decreto Ronchi, ma è' evidente che serve una ambiziosa politica europea di lotta alla pirateria, con il rafforzamento degli strumenti di tutela dei marchi e della proprietà intellettuale e un ricorso più puntuale all'Organizzazione mondiale del commercio. Bisogna, ad esempio, lavorare per armonizzare le normative nell'UE, sanzioni penali incluse, migliorare la cooperazione doganale e aiutare le imprese piccole e medie a difendersi. Non va dimenticato che l'economia dell'Unione Europea si è specializzata in produzioni di elevata qualità, ad alto valore aggiunto, spesso protette da marchi, brevetti o indicazioni geografiche, che sono tra i più soggetti alla contraffazione. Se non si pone un freno a questo fenomeno la desertificazione del nostro settore manifatturiero è dietro l'angolo".
Di cosa discuterà invece, con le sue controparti tedesche e francesi?
"Con i ministri miei omologhi e con gli altri colleghi di governo che incontrero' affronteremo, innanzitutto, il tema dell'applicazione del Trattato di Lisbona. Stiamo vivendo una fase storica dell'avventura europea, si stanno aprendo opportunita' importanti. Dobbiamo essere attenti nello sfruttare al meglio i nuovi strumenti che il Trattato di Lisbona ci mette a disposizione e dobbiamo lavorare insieme per creare un'Europa piu' democratica, efficace e credibile. L'Ue deve riacquistare forza, appeal e sforzarsi di parlare con una voce sola. E' da qui che dobbiamo ripartire, lavorando insieme per consentire l'affermazione di un nuovo modello di governance che consenta ai cittadini di sentirsi parte di un progetto e di riavvicinarsi al sogno dei fondatori".
Qualche settimana fa l'Italia ha espresso il proprio parere sulla nuova strategia di Lisbona. Vane speranze o qualcosa sta cambiando nella percezione dei cittadini rispetto alle politiche comunitarie?
"Questo è un altro dei grandi temi in agenda. I cittadini hanno sempre più spesso la percezione delle istituzioni europee come cittadelle arroccate e lontane dalle esigenze dei cittadini. La Strategia di Lisbona, oggi ribattezzata Eu2020, in questo senso, è uno strumento fondamentale per adottare scelte comuni ed esorcizzare lo spettro della marginalità che è già alle porte quando si parla di G2 Usa-Cina. Dalla crisi si esce solo aiutando la vera forza economica dell'Europa, le piccole e medie imprese; puntando sulla ricerca e l'innovazione e stabilendo poche priorità strategiche in maniera chiara e non velleitaria”.
Lei insiste spesso sull'importanza di non dimenticarsi mai di essere italiani, una volta a Bruxelles o Strasburgo. Perché i nostri funzionari sono spesso i più acerrimi nemici degli interessi di casa nostra?
"Innanzitutto ci tengo a puntualizzare che tra i nostri funzionari a Bruxelles ce ne sono di bravissimi, persone estremamente preparate che sentono il peso e la responsabilità della loro missione. A loro va tutta la mia stima e ammirazione. Certo non posso negare di avere incontrato io stesso qualcuno che, passato il confine per andare a lavorare nelle istituzioni comunitarie, sembra essersi dimenticato di essere italiano. E' un atteggiamento che viene da lontano, figlio della storia di un Paese che ha attraversato nel suo percorso di costruzione nazionale intensi conflitti sociali e ha ospitato culture politiche diverse e antagoniste spesso incapaci di produrre una sintesi. Culture che hanno trasformato l'amor di patria in un simbolo di parte e hanno imposto il silenzio pubblico sui temi della nazione".
Questo, però, è soltanto una prima chiave di lettura con cui spiegare questo fenomeno.
"C'è anche l'incapacità di cogliere davvero l'importanza strategica delle istituzioni europee e fare un investimento di sistema. E' assolutamente evidente che l'Italia sconta nelle istituzioni comunitarie la colpevole distrazione di tanti governi che si sono succeduti e non hanno lavorato per l'affermazione di una vera classe dirigente di funzionari italiani. Oggi, a Bruxelles come a Strasburgo, l'Italia è sottorappresentata, soprattutto nella fascia più alta, e tutti dobbiamo fare la nostra parte per invertire questa tendenza".
A questo proposito, come si potrà conciliare l'eccezionalità del Made in Italy con l'assimilazione al concetto di made in UE?
"Personalmente sono un grande sostenitore della potenza suggestiva ed evocativa del Made in Italy. Una ricchezza unica che va difesa in ogni sede. Le nuove norme anti-contraffazione, su questo fronte hanno prodotto risultati concreti con un aumento da settembre in poi del 46 per cento delle persone denunciate e del 162 per cento dei prodotti insicuri sequestrati. Sul made in Europe bisogna, invece, chiarire alcuni punti per spazzare via possibili incomprensioni. Nessuno pensa di rinunciare al nostro marchio a favore di un generico marchio made in Europe. Non è questo che è in discussione. D'altra parte nel caso dei prodotti commerciali la forza sta proprio nella diversità: nella Volkswagen c'è l'idea di Germania, in un abito Dior c'è il richiamo immediato alla Francia, nel Chianti oppure in griffes come Gucci, Prada, Bulgari c'è la suggestione italiana. Sono tutti prodotti di cui l'elemento territoriale aumenta la personalità. Annacquare tutto in un generico "made in UE" non avrebbe senso".
Ma allora in cosa consiste il cosiddetto regolamento made in Europe?
"E' un regolamento che impone l'obbligo di indicazione di origine per le merci extra UE, una misura di elementare buon senso. Negli Stati Uniti, così come in Canada o in Cina, vogliono sapere se un abito è fatto in Italia, Francia o Germania, anzi, impongono che sia indicato il Paese in cui è stato confezionato il capo e la provenienza del tessuto o del filato. Noi vogliamo che venga fatto lo stesso per le merci provenienti da questi e da altri Paesi che approdano in Europa. Si tratta di un elemento di trasparenza verso il consumatore. Per questo stiamo portando avanti da tempo una battaglia in sede comunitaria per far ripartire il cammino di questo regolamento. Sappiamo che si tratta di un provvedimento che incontra le resistenze di quei Paesi dell'Unione Europea che hanno rinunciato al proprio settore manifatturiero. Ma per noi che siamo il secondo Paese industriale d'Europa - ma anche il primo in Europa nella graduatoria delle merci Dop e Igp con 182 prodotti certificati - e il secondo al mondo per numero di brevetti registrati, si tratta di un dossier strategico. Inoltre non va dimenticato che il Parlamento europeo ha approvato il 25 novembre scorso a Strasburgo, con una larghissima maggioranza (529 voti favorevoli, 27 contrari e 37 astensioni) una risoluzione con la quale chiede di istituire esattamente questo regime obbligatorio d'indicazione del paese d'origine per prodotti tessili, abiti, calzature, borse, gioielli, lampade, ceramiche e mobili importati da paesi extra Ue. Quindi l'assemblea di Strasburgo si è già schierata sulle posizioni dell'Italia".
Parlerete di sanzioni all'Iran? C'è una linea comune dell'Unione?
"L'Europa è arrivata a un punto cruciale per la sua credibilità. E' partita con un colpevole ritardo ma ora in tutto il Continente sta crescendo la consapevolezza di quello che oggi rappresenta l'Iran e quali sono i pericoli che provengono da Teheran. L'ora delle sanzioni è scoccata da tempo. Mi auguro che l'Europa trovi la forza di parlare con una voce sola e di comminare sanzioni economiche e politiche, ad esempio inserendo, come anche richiesto dal governo israeliano, le guardie rivoluzionarie iraniane nella black list dei gruppi terroristici".
Mauro Bazzucchi










