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Quanto è caro il monopolio pubblico dell'acqua

17 febbraio 2010Parole chiave: ,
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Articolo del ministro Ronchi pubblicato su MF

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Sono passati tre mesi dalla definitiva approvazione del decreto contenente la riforma dei servizi pubblici locali e la liberalizzazione della gestione del servizio idrico e in questi 90 giorni abbiamo ascoltato critiche demagogiche, slogan e messaggi fuorvianti, nel nome della facile ricerca dell'allarmismo o del consenso.

Il tam tam è partito impetuoso: «E' in corso la svendlita dell'acqua ai privati». Una cortina fumogena che ha omesso come il testo abbia fortemente ribadito che l'acqua è un bene pubblico e tale resterà anche con le nuove norme. E' paradossale assistere a questo fuoco di sbarramento, a questo spostamento di prospettiva dopo che per anni è stata invocata la riforma dei servizi pubblici locali. E' il segno tangibile di un conservatorismo che investe ancora larga parte del Paese, talvolta per ragioni ideologiche, talvolta nel nome di interessi non difficili da individuare. E dispiace leggere questa malafede di fondo nel momento in cui viene tagliato il traguardo di una riforma perseguita, nell'arco di dieci anni, da governi di colore dliverso attraverso ben tre tentativi legislatiivi.

Il fine ultimo di tale provvedimento è quella di rendere più aperto e competitivo il settore dei servizi pubblici locali, vera cartina di tornasole della qualità della vita dei cittadini. Per fare questo si è deciso di puntare sull'industrializzazione del sistema, irrobustendo le aziende, introducendo il meccanismo delle gare e consolidando il mercato dei servizi, anche tramite l'ingresso dei privati. E proprio sul ruolo di questi ultimi desidero soffermarmi. Non abbiamo nulla contro la gestione pubblica di un servizio. E' però inaccettabile sostenere che l'acqua debba essere gestita da un monopolio pubblico. Questo perché troppo spesso i monopoli hanno generato diseconomie di scala e si sono tramutati in carrozzoni, diventando fonte inesauribile di sprechi. La stella polare di questa riforma deve essere il servizio fornito al cittadino. li discrimine, quindi, non deve essere la scelta tra pubblico e privato ma piuttosto la possibilità di un vero confronto competitivo tra più candidati gestori.

Soltanto pochi giorni fa Le Monde ha pubblicato un articolo intitolato: «Distribuzione dell'acqua: si risveglia la concorrenza, i prezzi si abbassano». Secondo il quotidiano, in Francia nell'ultimo anno si è verificato un calo medio delle tariffe tra il 5 e il 9% e questo perché, cito testualmente, «il settore, che ha per molto tempo funzionato come un oligopollo, si è aperto alla concorrenza sotto la pressione delle scelte compiute a livello municipale». Di questa indagine, sulla stampa italiana che pure molto si è spesa contrabbandando per settimane una fantomatica «privatizzazione dell'acqua», non si è trovata traccia. Ma guardiamo all'attuale panorama italiano. Sulle circa 100 società che gestiscono le risorse idriche del nostro Paese non più di dieci sono in mano ai privati. Ergo: la presenza del pubblico è del tutto preponderante. Ciononostante dal 1998 al 2008 le tariffe sono cresciute del 47%. Aumenti giustificati con promesse di investimenti che si sono realizzati solo nella misura del 49%. Non sono questi i soli dati che vale la pena sottolineare. L'acqua, infatti, non è un bene infinito. E' piuttosto una risorsa il cui uso e gestione richiede una perizia particolare, nella consapevolezza che il deterioramento dei corpi idrici produrrebbe conseguenze indefinibili per la sopravvivenza del nostro pianeta.

E' possibile, dunque, continuare a tacere sul fenomeno della dispersione, con il 34% dell'acqua potabile (circa 3-4 mila miliardi di metri cubi) sprecata a causa di gestioni inefflcienti, percentuale che supera il 50% in alcune regioni? Tutto questo, ovviamente, ha un costo non solo ambientale ma anche economico, quantificabile in 4-5 miliardi. Ebbene, chi finisce per pagare tutto ciò? Ovviamente i cittadini chiamati a risanare con la fiscalità ordinaria i bilanci dei Comuni. Per questo dobbiamo archiviare il capitolo degli affidamenti in-house a quei soggetti che altro non sono che una emanazione dei Comuni e cancellare il proliferare di società che, con le debite eccezioni, assomigliano spesso a stipendifici o a piccole cittadelle del potere. Il governo, naturalmente, è determinato a tenere alta la guardia e a tutelare il cittadino-consumatore rispetto a possibili comportamenti speculativi. Per questo ritengo necessaria l'istituzione di un soggetto indipendente che si occupi specificamente di questo settore e controlli prezzi, gare e investimenti. Non possiamo dimenticare, infine, che il dettato comunitario ci chiede il rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità e non discriminazione e parità di trattamento per l'affidamento ai privati o alle aziende miste pubbliche-private dei servizi pubblici. Su questo fronte abbiamo agito d'anticipo evitando di incappare nelle procedure d'infrazione europee. Anche per questo sarebbe importante che i media e gli amministratori locali investissero le loro energie non per tutelare lo status quo ma per aiutarci ad attuare nel modo corretto questa riforma. E' sacrosanto esercitare il diritto-dovere di vigilanza. Ma è tempo di uscire dal fortino della conservazione e lavorare insieme per modernizzare e far crescere il sistema Italia.

Andrea Ronchi

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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