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Con la mia ricetta si protegge il made in Italy

25 settembre 2009Parole chiave:
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Articolo del ministro Andrea Ronchi pubblicato su MF 

 

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Una posizione chiara in difesa della qualità della produzione italiana e un punto di svolta nella tutela del made in ltaly. E' questo l'obiettivo che le nuove misure approvate dal Consiglio dei ministri nel provvedimento salva-infrazioni rappresentano per tutto il settore produttivo del nostro Paese.

Il decreto contiene, infatti, importanti novità che vanno a incidere sulla legge 99 relativa al made in e disciplina una materia strategica per le 480mila imprese manifatturiere italiane, da sempre in prima linea nella difesa del marchio italia e nella lotta contro le false certificazioni. L'obiettivo della norma è duplice. In primo luogo si punta a far sì che i prodotti di origine italiana siano veramente tali e non solo etichettati in questo modo, entrando in porto o passando le frontiere. In secondo luogo si vuole evitare che prodotti realizzati anche parzialmente all'estero da aziende italiane siano messi in circolazione nel nostro Paese con l'indicazione 100% made in Italy o altre che, analogamente, tendano a accreditare un'origine interamente italiana della merce.

Il dettato della norma è chiaro e non consente fraintendimenti: il prodotto che vorrà chiamarsi italiano dovrà essere ideato, realizzato e confezionato in Italia. Un modo per tutelare non solo il nostro artigianato e la nostra impresa ma anche l'immagine e la credibilità del nostro Paese. Da anni le associazioni di categoria ci chiedevano di difendere uno degli elementi cardine del nostro patrimonio: il brand italia, che ha alimentato il mito e la suggestione del nostro Paese in tutto il mondo.

Un patrimonio, quello del made in ltaly, che è sotto attacco da anni visto che organizzazioni criminali transnazionali copiano i nostri marchi creando un business miliardario a danno della nostra economia, penalizzando così la proprietà industriale e la competitività del nostro settore manifatturiero.

Oggi, con le norme contenute nel decreto salva-infrazioni appena approvato, gli strumenti di tutela del made in ltaly e di contrasto delle violazioni aumentano in maniera importante. Fino ad oggi, infatti, erano in vigore norme di bandiera, di difficile o impossibile applicazione, incapaci di assicurare certezze e una corretta informazione a quei consumatori disposti a pagare per acquistare il valore aggiunto del made in italy. Ora invece le forze dell'ordine e la magistratura potranno contare su strumenti di contrasto efficaci e facilmente applicabili.

Il principio di fondo è che il made in ltaly per poter essere definito tale deve avere tutta la produzione da noi, e dove invece questo non avviene deve esserci una certificazione diversa. L'apposizione del marchio è facoltativa. Ma quando si decide di metterlo lo si può fare soltanto a determinate condizioni. E', infatti, considerato made in ltaly il prodotto «per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano». La norma assicurerà quindi che le indicazioni facoltative sull'origine interamente italiana di un prodotto non conseguano alla personale valutazione del produttore ma siano garantite dalla rispondenza a criteri lgali (difatto, chi produce merci interamente nazionali potrà indicare, ad esempio, 100% made in Italy ai sensi del decreto legge eccetera).

Il cuore del provvedimento è quello che prevede che la fallace indicazione attuata con l'uso del marchio sia sanzionata amministrativamente con pesanti multe pecuniarie (da 1Omila a 250mila euro). Inoltre la confisca amministrativa è sempre disposta. Viene punito anche l'uso ingannevole o scorretto di marchi (es. Tempo italiano per un orologio) quando essa sia tale da indurre, nel consumatore, la erronea convinzione che si tratti di un prodotto italiano. Ulteriori approfondimenti verranno fatti attraverso i decreti attuativi.

Il governo italiano, quindi, grazie anche alla collaborazione fornita da Confindustria, Confartigianato, Confcommercio e tutte le associazioni di categoria ha fatto il suo dovere, innovando la disciplina anticontraffazione. Ora l'auspicio è che l'Europa faccia lo stesso e riprenda a far camminare il regolamento sul made in europeo presentato dalla Commissione europea. Considerato che i nostri maggiori partner commerciali quali Stati Uniti, Cina e Canada, hanno da tempo attuato la denominazione d'origine è quanto mai penalizzante, specie in un perido di crisi economica, che in Europa non ci siano regole chiare e definite per conoscere la provenienza dei prodotti che entrano nel territorio europeo. Nella scorsa legislatura il Parlamento si era già espresso a favore della denominazione di origine sia con la firma da parte di 433 parlamentari di una dichiarazione scritta, sia con l'approvazione in aula della risoluzione sul rafforzamento del ruolo delle pmi europee nel commercio internazionale.

Ora è arrivato il momento di dare concreta attuazione a un provvedimento strategico per il futuro della produzione manifattunera europea.
Andrea Ronchi

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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